Quando persino la Spagna di Sánchez accelera sul riarmo, e l’Italia resta a guardare

Nel dibattito pubblico italiano sulla spesa militare resiste una narrazione dura a morire: l’idea che destinar riserve ed energie finanziarie all’ammodernamento della Difesa rappresenti uno spreco ingiustificato o una resa all’escalation bellica. Un dogma pacifista che, seppur nobile nelle intenzioni teoriche, si scontra quotidianamente con una realtà geostrategica in profonda trasformazione e con i comportamenti concreti dei nostri alleati.

Mentre una parte della politica e dell’opinione pubblica locale continua a liquidare l’adeguamento dei budget militari come una concessione subita passivamente, il resto del continente – e del mondo – sta muovendosi nella direzione opposta con determinazione e rapidità. E la smentita più clamorosa a questa visione non arriva soltanto dalle tradizionali potenze a vocazione atlantista o dai governi conservatori dell’Europa orientale, ma dal cuore stesso della progressista Europa del Sud.

Il paradigma spagnolo e la smentita della sinistra europea

Il caso della Spagna guidata da Pedro Sánchez offre una lezione politica difficile da ignorare. Il governo di coalizione progressista di Madrid non si è limitato a ritocchi di facciata: negli ultimi anni ha impresso una svolta senza precedenti al proprio bilancio per la difesa, mettendo a segno tassi di incremento percentuale tra i più alti d’Europa. La Spagna ha quasi raddoppiato la propria spesa militare rispetto ai livelli del triennio precedente, spingendosi oltre il target NATO del 2% del PIL e finanziando programmi di riarmo, ammodernamento e digitalizzazione delle proprie forze armate.

La scelta spagnola dimostra che tutelare la sovranità, la sicurezza nazionale e la credibilità nelle alleanze internazionali non è un’esclusiva ideologica della destra, né un’ossessione “bellicista”. È, al contrario, l’atto pratico di un governo che riconosce una verità pragmatica: la tutela dei diritti, della transizione ecologica e dello stato sociale richiede un contesto di stabilità geopolitica che non si difende da solo con i proclami, ma con capacità di deterrenza concrete.

L’anomalia di un’Italia che esita

Se si allarga lo sguardo all’intero scacchiere internazionale, il quadro si fa ancora più netto. Nazioni come la Polonia destinano ormai oltre il 4% del proprio PIL alla Difesa, i Paesi Baltici hanno superato ampiamente la soglia del 3%, la Germania ha infranto tabù decennali varando fondi straordinari da decine di miliardi, e persino potenze storicamente riluttanti come il Giappone stanno riscrivendo le proprie architetture costituzionali e di spesa per adeguarsi alle nuove tensioni nell’Indo-Pacifico.

In questo panorama, la pretesa di fare dell’Italia un’eccezione virtuosamente disarmata appare un azzardo strategico. L’Italia mantiene una spesa complessiva rilevante per sostenere le sue complesse strutture operative, ma avanza a ritmi decisamente più cauti rispetto alla velocità di crociera impressa dai suoi vicini. Continuare a descrivere il raggiungimento delle quote concordate con gli alleati atlantici come un balzello intollerabile significa ignorare le dinamiche globali.

Deterrenza, industria e autonomia decisionale

Opporsi agli investimenti nella difesa non equivale a “comprare la pace”, ma rischia di tradursi in una progressiva irrilevanza diplomatica ed economica.

1. Autonomia strategica: Un Paese incapace di garantire la propria quota di sicurezza collettiva finisce inevitabilmente per dipendere dalle decisioni altrui, cedendo quote di sovranità politica nei tavoli in cui si decidono gli equilibri continentali e mediterranei.

2. Ritorno industriale e tecnologico: La spesa militare moderna non è un mero acquisto di munizionamento, ma alimenta settori strategici ad altissimo valore aggiunto (aerospazio, cibernetica, intelligenza artificiale, cantieristica). Tagliare o frenare questi capitoli significa privare la ricerca nazionale e la filiera industriale ad alta tecnologia di risorse fondamentali, a vantaggio di concorrenti europei ed extra-europei che non si fanno gli stessi scrupoli.

Continuare a far finta che il mondo esterno non stia cambiando non fermerà le crisi geopolitiche alle porte della nostra area d’interesse primario, dal Mediterraneo Allargato al Nord Africa. Riconoscere la necessità di una difesa solida, moderna e adeguatamente finanziata non significa abbandonare la vocazione diplomatica dell’Italia, ma fornirle le basi necessarie per continuare a essere ascoltata.

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