Incapaci di scegliere, pronti a lamentarci: il corto circuito energetico degli italiani

C’è un tratto distintivo nel dibattito pubblico italiano, è la straordinaria capacità di cadere dalle nuvole di fronte a problemi ampiamente prevedibili. L’ennesimo rincaro dei carburanti e della bolletta energetica non fa eccezione. Tra i banchi del bar, sui social network e nei salotti televisivi va in scena la solita commedia dell’indignazione: dita puntate contro le speculazioni, governi accusati di inazione, sospiri di rassegnazione di fronte al “caro petrolio”.

Eppure, c’è una verità sgradevole che raramente viene ammessa: la responsabilità di questa perenne vulnerabilità è anche, e soprattutto, dell’elettorato italiano.

Per decenni, i cittadini hanno assistito — e spesso contribuito — al sistematico rinvio di qualsiasi decisione strategica in materia energetica, salvo poi meravigliarsi quando il conto da pagare diventa insostenibile.

L’ipocrisia di un Paese privo di risorse

L’Italia è un territorio quasi del tutto sprovvisto di riserve significative di idrocarburi. È un dato geografico ed economico elementare. Un Paese privo di una riserva strategica primaria ha un unico imperativo logico per garantire la propria sovranità ed stabilità economica: trovare alternative.

Cosa abbiamo fatto, invece, negli ultimi cinquant’anni? Abbiamo scelto la via della comodità immediata e del rinvio sistematico, delegando totalmente la nostra sicurezza energetica alle importazioni esterne.

Quando negli anni ’80 e poi nel 2011 si è trattato di discutere di nucleare, l’opinione pubblica ha risposto con emotività, cancellando con un tratto di penna decenni di ricerca e competenza industriale senza preoccuparsi di costruire un’alternativa strutturata di pari volume. Quando si è iniziato a parlare di rinnovabili, rigassificatori, parchi eolici o elettrodotti, la reazione prevalente nelle comunità locali è stata la sindrome NIMBY (Not In My Back Yard: “non nel mio giardino”).

La politica dello specchio

Sarebbe fin troppo facile scaricare l’intera colpa sulla classe politica. Ma i politici, in una democrazia, rispondono all’incentivo del consenso elettorale. Un elettorato che punisce chi propone sacrifici e investimenti di lungo periodo — i cui frutti si vedranno magari dopo 10 o 20 anni — e premia chi promette tagli d’accisa da prefisso telefonico o sussidi a pioggia per tamponare l’emergenza del mese, ottiene esattamente la politica energetica che merita: miope, frammentata e costantemente in emergenza.

Ogni volta che si è tentato di installare un parco eolico offshore o una pala su una collina, sono sorti comitati di cittadini guidati dalla difesa del paesaggio, spesso sostenuti da amministratori locali a caccia di voti. Ogni volta che si è parlato di termovalorizzatori, geotermia o infrastrutture di rete, il dibattito si è incagliato in un muro di vetri e ricorsi al TAR.

Ci si ritrova così nel paradossale corto circuito intellettuale per cui si pretende energia pulita, continua e a basso costo, ma si rifiuta categorialmente ogni singola infrastruttura necessaria per produrla o trasportarla.

Capire la realtà prima che sia troppo tardi

Il petrolio e il gas non sono beni che l’Italia può controllare. Dipendere da contesti geopolitici instabili significa accettare che la propria economia rimanga “appesa” alle decisioni di terzi, alle guerre e alle fluttuazioni dei mercati globali.

Continuare a lamentarsi delle conseguenze di scelte (e non-scelte) collettive del passato non risolverà il problema dei prezzi al distributore. Fintanto che l’opinione pubblica non accetterà che la transizione energetica e la ricerca di alternative reali richiedono pragmatismo, compromessi e impianti concreti sul territorio, rimarremo ostaggi della nostra stessa incoerenza: pronti a indignarci per la bolletta, ma incapaci di sostenere la soluzione.

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