L’Isola dei Fenicotteri e del Gas: perché la rivolta in Albania tocca da vicino l’Italia

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TIRANA – Le immagini dei lacrimogeni davanti ai palazzi del governo a Tirana e i cori della “Flamingo Revolution” (la Rivoluzione dei Fenicotteri) stanno accendendo i riflettori su una crisi che non è solo una questione di politica interna albanese. Al centro dello scontro che vede la popolazione e gli attivisti ambientali opporsi al Primo Ministro Edi Rama, c’è un risiko miliardario che unisce le spiagge incontaminate dell’Adriatico, la famiglia di Donald Trump e la sicurezza energetica dell’Italia e dell’Europa.

Il cuore della contesa ha un nome preciso: l’isola di Sazan (storicamente nota in Italia come Saseno). Su questo lembo di terra selvaggia e sulle coste meridionali dell’Albania, un fondo d’investimento americano guidato da Jared Kushner (genero dell’ex Presidente USA) progetta un investimento turistico di ultra-lusso da 1,4 miliardi di dollari. Ma dietro i resort ecologici si nasconde uno dei nodi geopolitici più caldi del Mediterraneo.

Saseno: la “Porta dell’Adriatico” ambita da Washington

Per capire l’allarme sollevato da analisti e opposizioni, basta guardare una carta geografica. Sazan sorge esattamente nel Canale d’Otranto, il punto più stretto del Mare Adriatico. Dista appena 90 chilometri dalle coste della Puglia.

Per l’Italia non si tratta di uno scoglio qualunque: dal 1920 al 1947 l’isola è stata territorio italiano, trasformata in una fortezza militare per monitorare e blindare l’accesso all’intero bacino adriatico. Oggi, cedere la gestione di quest’area a un fondo privato americano solleva lo spettro di una “extraterritorialità” di fatto. Il timore dei manifestanti, ma anche di diverse cancellerie europee, è che l’isola si trasformi in un’enclave d’influenza statunitense sottratta al reale controllo di Tirana e posizionata nel cortile di casa dell’Italia.

Inoltre, l’operazione rischia di congelare il percorso di integrazione dell’Albania nell’Unione Europea. La Commissione Europea ha già ammonito il governo Rama: le deroghe concesse per costruire in aree naturali protette (come la vicina laguna di Vjosa-Narta) violano i trattati ambientali comunitari. Per l’Italia, che dell’ingresso dell’Albania nell’UE è sempre stata il principale sponsor politico, vedere il partner balcanico sbilanciarsi totalmente verso l’asse economico di Washington rappresenta un forte ridimensionamento della propria influenza geopolitica nell’area.

All’ombra dei resort corre il polmone energetico d’Europa

C’è però un dettaglio sotterraneo, ancora più strategico, che rende la tensione a Sazan una questione di massima sicurezza nazionale per Roma: il TAP (Trans Adriatic Pipeline).

A pochissimi chilometri a nord di Valona e di Sazan, nel comune albanese di Fier, si trova una delle stazioni di compressione fondamentali del Gasdotto Trans-Adriatico. È da qui che il tubo si immerge nelle profondità dell’Adriatico per 105 chilometri, passando proprio nel Canale d’Otranto, prima di riemergere a Melendugno, in Puglia.

Il TAP è un’infrastruttura vitale: trasporta ogni anno circa 10 miliardi di metri cubi di gas naturale proveniente dall’Azerbaigian, coprendo oltre il 15% del fabbisogno energetico italiano. È il corridoio che ha permesso all’Italia e all’Europa di diversificare le proprie fonti e rendersi indipendenti dal gas russo durante la recente crisi energetica.

Chiunque controlli militarmente o politicamente la costa meridionale albanese e l’isola di Sazan si trova, di fatto, seduto sopra la “centralina” energetica che alimenta le industrie e le case italiane. Un’influenza americana così pervasiva e privatizzata su quel territorio darebbe a Washington un potere di sorveglianza diretta sull’hub strategico del gas europeo.

Una stabilità a rischio a due passi da casa

La Flamingo Revolution dimostra che la popolazione albanese non è disposta a subire passivamente quello che l’opposizione definisce uno “scambio geopolitico”: la svendita di asset territoriali e ambientali strategici in cambio di scudi diplomatici oltreoceano.

Il rischio di un’escalation autoritaria di Tirana o di una prolungata instabilità nei Balcani preoccupa Roma da vicino, anche a causa dei fortissimi legami sociali e della numerosa diaspora albanese in Italia, che ha già iniziato a manifestare in piazze come Milano e Torino. La storia recente della Serbia, dove le proteste popolari hanno costretto lo stesso Kushner a fare un passo indietro sui progetti immobiliari a Belgrado, dimostra che la partita è tutt’altro che chiusa. Ma per l’Italia, tra ambiente, geopolitica ed energia, la posta in gioco non è mai stata così alta.

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