La pista del terrore a Modena: il delirio jihadista e l’odio anticristiano dietro la strage di El Koudri

Fotogramma dalle videocamere di sorveglianza

MODENA — Non il semplice gesto di uno squilibrato, ma la deriva violenta di un fondamentalismo covato nell’ombra. Prende sempre più corpo la pista dell’estremismo islamico dietro la folle corsa di Salim El Koudri, il 31enne che sabato scorso ha travolto i passanti nel centro di Modena. A spingere gli inquirenti verso lo scenario del terrorismo di matrice jihadista sono i dettagli emersi dal passato recente dell’uomo, a partire dal contenuto delle email inviate all’ateneo fino alla gestione della sua identità virtuale.

Il testo integrale: l’escalation d’odio inviata all’Ateneo

Il 27 aprile 2021, in un arco temporale di appena un’ora e dieci minuti (tra le 19:28 e le 20:38), El Koudri indirizza quattro messaggi consecutivi alla posta elettronica dell’Università di Modena e Reggio Emilia. È un crescendo che parte dalle pretese lavorative e sfocia nell’insulto confessionale più violento.

La prima email si apre con una pretesa perentoria legata alla sua condizione occupazionale:

“Dovete farmi lavorare come impiegato non magazziniere capito e qua a Modena e non in culo al mondo dove ti rimangono in tasca 500 euro al mese se ti va bene”.

Pochi minuti dopo, il tono si fa più pressante e ossessivo. Arriva la seconda comunicazione:

“Fatemi lavorare”.

È nella terza email che si consuma la violenta virata ideologica, un attacco diretto e crudo ai simboli della fede cristiana:

“Bastardi cristiani di merda voi e il vostro gesù cristo in croce lo brucio”.

Infine, l’ultimo messaggio, inviato nel tentativo di dissimulare la gravità di quanto scritto poco prima:

“Mi dispiace per la maleducazione”.

Questo blocco di messaggi, ora al vaglio degli uomini della Digos e della Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Bologna, viene considerato dagli inquirenti come un inquietante campanello d’allarme precoce di un odio radicale verso la società occidentale e i suoi simboli religiosi.

Il giallo dei profili social oscurati

Un altro tassello fondamentale nelle indagini riguarda la vita digitale dell’indagato. Gli inquirenti hanno infatti accertato che i profili social di Salim El Koudri erano stati chiusi e oscurati da Meta prima dell’attacco.

Questo dettaglio è ritenuto di estrema importanza: la rimozione forzata degli account da parte delle piattaforme della Silicon Valley avviene solitamente a seguito di segnalazioni per violazione delle linee guida sulla sicurezza, incitamento all’odio o, scenario ancora più grave, per la condivisione di contenuti legati al terrorismo e alla propaganda estremista. Gli esperti informatici della Procura sono già al lavoro per disporre una copia forense dei server, nel tentativo di recuperare i post, i commenti e i video che l’uomo potrebbe aver condiviso o visualizzato nelle settimane precedenti alla strace.

L’ombra della radicalizzazione e il silenzio davanti al Gip

Nato in Italia da una famiglia di origine marocchina e residente a Ravarino, El Koudri era a tutti gli effetti un “fantasma” per la comunità islamica locale, che ha subito preso le distanze dal trentunenne. “Una famiglia perbene, ma lui non frequentava la moschea”, spiegano dal centro culturale islamico della zona.

Un isolamento che ricalca il classico identikit del “lupo solitario”, che si nutre di propaganda jihadista sul web in totale autonomia. L’uomo, attualmente detenuto con le pesantissime accuse di strage e lesioni aggravate, comparirà oggi davanti al Giudice per le indagini preliminari (Gip) per l’udienza di convalida del fermo. Nei primi interrogatori ha scelto la linea del silenzio, avvalendosi della facoltà di non rispondere. Un mutismo che gli inquirenti contano di scardinare proprio attraverso i segreti custoditi nei suoi dispositivi elettronici sequestrati.

Rispondi

Comments (

0

)

Scopri di più da ESSEREPORTER

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere