
Il 25 aprile dovrebbe essere, per l’Italia, il giorno della memoria condivisa, il momento in cui la nazione si stringe attorno ai valori della democrazia, del pluralismo e del rifiuto di ogni forma di sopraffazione. Tuttavia, le cronache di questo 25 aprile 2026 dipingono un quadro inquietante, dove la celebrazione della Liberazione è stata sequestrata da pulsioni che, per metodi e violenza, ricordano proprio quell’autoritarismo che si vorrebbe commemorare come sconfitto.
Lo squadrismo del “pensiero unico”
Nelle piazze di Roma e Milano, abbiamo assistito a scene che nulla hanno a che fare con lo spirito repubblicano. Militanti politici aggrediti con spray al peperoncino, insulti livorosi e, soprattutto, il rogo delle bandiere. Il fatto che a subire questo trattamento siano stati i sostenitori dell’Ucraina — un popolo che oggi vive la medesima occupazione straniera che l’Italia combatteva ottant’anni fa — è un corto circuito logico e morale.
Chi brucia una bandiera ucraina o chi caccia dal corteo chiunque porti un simbolo “non gradito” alla fazione dominante, non sta celebrando la libertà: sta esercitando un potere censorio. È il paradosso di un antifascismo che, nei fatti, adotta metodi squadristi per imporre la propria egemonia culturale sulla piazza.
Il paradosso dei vessilli: cacciati gli invasi, accolti gli invasori
L’aspetto più surreale e amaro della giornata è stata la disparità di trattamento riservata ai simboli internazionali. Mentre le bandiere ucraine venivano strappate e i portatori minacciati, le bandiere russe hanno potuto sfilare liberamente e senza alcuna contestazione in diversi settori dei cortei.
È una contraddizione che urla vendetta: nel giorno in cui si celebra la fine della dittatura, si accolgono i colori di uno Stato che oggi rappresenta una delle dittature più sanguinose al mondo, un regime che soffoca il dissenso interno col sangue e che porta avanti una guerra d’aggressione imperialista. Vedere i vessilli di Mosca girare indisturbati dove si dovrebbe gridare “mai più” all’oppressione è l’immagine plastica di una piazza che ha smarrito ogni bussola etica, preferendo l’ideologia alla coerenza storica.
L’antisemitismo mascherato
La consueta, inaccettabile contestazione alla Brigata Ebraica ha raggiunto quest’anno picchi di aggressività preoccupanti. Sotto il pretesto della critica politica, è riemerso un antisemitismo viscerale che minaccia chiunque rivendichi la propria identità. Un’aggressività che stride con la tolleranza mostrata, invece, verso simboli legati a movimenti teocratici e jihadisti presenti in alcuni spezzoni dei cortei.
Il silenziatore sulla cronaca
A Torino, la deriva autoritaria ha trovato un altro bersaglio fondamentale: l’informazione. Impedire a un fotografo di scattare o a un cronista di testimoniare è un atto profondamente illiberale, tipico di quei regimi che la giornata odierna dovrebbe ripudiare, noi stessi durante il corteo durante il quartiere San Paolo, siamo stati costretti ad allontanarci per minacce da parte di alcuni manifestanti, che non volevano far documentare la festosa e pacifica manifestazione.
Una memoria da ritrovare
Se il 25 aprile diventa il giorno in cui si decide, con la violenza, chi ha il diritto di manifestare e chi deve essere messo al silenzio, allora la festa è stata svuotata del suo significato. Trasformare la Liberazione in un’occasione per esercitare nuove forme di intolleranza, sdoganando i simboli dell’oppressione russa e punendo quelli della resistenza ucraina, significa tradire i sacrifici di chi, nel 1945, scelse di combattere proprio perché ognuno fosse libero di manifestare senza timore.
Oggi, in troppe piazze italiane, la libertà è stata nuovamente offesa da chi, convinto di difenderla, si è comportato esattamente come chi la voleva distruggere.


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