Israele reintroduce la pena di morte, ma vale solo per chi non è Israeliano. Un abisso che supera i precedenti storici di Apartheid e Nazismo

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GERUSALEMME – La decisione della Knesset di approvare una norma sulla pena di morte applicabile esclusivamente ai palestinesi segna un punto di non ritorno giuridico e morale. Per la prima volta nella storia moderna, uno Stato codifica una distinzione così netta e letale basata sull’appartenenza etnica e nazionale, spingendosi in un territorio che, per modalità e bersaglio, supera i precedenti storici più cupi del XX secolo.

Un sistema a binario unico

La legge approvata il 30 marzo 2026 non è una misura punitiva universale, ma uno strumento chirurgico: essa stabilisce l’esecuzione tramite impiccagione solo per chi commette reati di terrorismo con finalità di “ostilità verso lo Stato di Israele”. Di fatto, questo perimetro esclude i cittadini israeliani o i coloni che compiono atti di violenza omicida contro i civili palestinesi, i quali continueranno a essere giudicati secondo il codice civile standard.

Oltre i confini della storia

L’aspetto più scioccante, sottolineato da giuristi e storici internazionali, è la natura discriminatoria della sanzione suprema. Sebbene l’Apartheid sudafricano e il regime nazista abbiano basato la loro esistenza sulla segregazione e sulla deumanizzazione, l’introduzione di una “pena di morte selettiva” in un ordinamento che si professa democratico rappresenta un unicum:

• L’Apartheid: Nonostante la violenza sistemica, le leggi capitali in Sudafrica erano formalmente applicate a tutto il codice penale, pur se con evidenti pregiudizi razziali nell’esecuzione.

• Il Nazismo: Pur avendo sterminato milioni di persone attraverso processi extragiudiziali e leggi razziali, la Germania nazista mantenne formalmente un codice penale che prevedeva la pena di morte per reati comuni applicabili ai cittadini del Reich, seppur trasformandola poi in uno strumento di terrore politico.

Questa nuova legislazione israeliana, invece, dichiara apertamente che la vita di un condannato ha un valore legale diverso a seconda della sua origine, stabilendo il patibolo come destino esclusivo per il “nemico palestinese”.

Le implicazioni morali

Il dibattito che infuria nelle piazze e nelle cancellerie mondiali non riguarda più solo l’opposizione etica alla pena capitale, ma la nascita di un diritto penale basato sull’identità. “Siamo di fronte a una legge che non punisce l’atto in sé, ma l’identità di chi lo compie,” affermano le organizzazioni per i diritti umani. Con questa mossa, il 2026 si apre con una ferita insanabile nel diritto internazionale, portando il conflitto mediorientale verso un abisso dove la legge stessa diventa l’arma finale di un’esclusione senza precedenti.

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