Basta ricatti dalle dittature nord africane: serve pugno duro, fine dei degli scambi commerciali e sanzioni contro i paesi che usano i migranti come arma contro l’Europa (proprio come fa il Marocco)

SPAGNA – Le immagini arrivate in questi giorni da Ceuta raccontano molto più di una semplice emergenza umanitaria: descrivono nero su bianco il fallimento strategico di un’Unione Europea che continua a farsi dettare l’agenda geopolitica a suon di miliardi. L’ennesimo esodo di massa e l’assalto coordinato alle enclaves spagnole nel Nord Africa non sono eventi fortuiti, ma l’ennesimo capitolo di un copione già visto. Il Marocco, forte della sua posizione geografica, continua a utilizzare cinicamente l’arma dei disperati — la disperazione di migliaia di esseri umani trattati come merce di scambio — per esercitare pressioni politiche ed estorcere fondi miliardari a Bruxelles.

Il mito della cooperazione e la realtà del ricatto

Negli anni, l’UE ha elargito una pioggia di finanziamenti al governo di Rabat: pacchetti da centinaia di milioni di euro, formalmente giustificati come aiuti per la gestione delle frontiere, il contrasto ai trafficanti e lo sviluppo sociale. Nei fatti, questi fondi si sono trasformati in una sorta di “pizzo istituzionale”. Ogni volta che il regime marocchino intende ottenere concessioni diplomatiche, sconti commerciali o semplicemente rimpinguare le casse di una monarchia saldamente ancorata al potere autoritario, i cancelli delle frontiere si allentano improvvisamente. Il risultato? Decine di migliaia di persone spinte verso i confini europei, vite umane sacrificate in mare e città spagnole messe in ginocchio nel giro di poche ore.

Continuare a finanziare questo sistema con la logica della carità e dell’appeasement significa rendersi complici di un ricatto permanente. La politica dei cordoni della borsa aperti non fa che consolidare governi autocratici che usano la stabilità europea come leva di estorsione, sapendo che Bruxelles, terrorizzata dall’instabilità migratoria, finirà sempre per cedere.

È ora di cambiare spartito: dal portafoglio al bastone

La crisi vissuta in Spagna impone un cambio di rotta radicale e non più rimandabile. L’Europa non può più permettersi di agire in posizione di sudditanza psicologica ed economica nei confronti dei Paesi della sponda sud del Mediterraneo. La risposta alle pressioni geopolitiche basate sui flussi migratori non può essere l’aumento degli assegni in bianco, ma l’applicazione ferma di strumenti di deterrenza economica e diplomatica.

È il momento di archiviare la stagione della carità interessata e di mettere sul tavolo il bastone:

1. Sanzioni economiche mirate: Di fronte ad aperture pilotate o tollerate dei confini che mettono a rischio la sicurezza e l’ordine pubblico del continente, l’UE dovrebbe congelare immediatamente i fondi di cooperazione e colpire gli interessi economici delle oligarchie al potere.

2. Leva commerciale: L’interscambio commerciale tra l’Unione Europea e il Marocco vale decine di miliardi di euro l’anno ed è vitale per la sopravvivenza economica di quel regime. Sospendere o rivedere in senso restrittivo gli accordi di libero scambio e le preferenze tariffarie in risposta a strumentalizzazioni migratorie rappresenterebbe un segnale inequivocabile. Chi vive di esportazioni verso il mercato europeo deve comprendere che la sovranità e la sicurezza delle frontiere dell’UE non sono negoziabili.

Un’Europa sovrana non si fa ricattare

Continuare a elargire fondi a monarchie fantoccio e dittature mascherate da partner affidabili non garantisce la sicurezza dell’Europa, ma ne evidenzia la debolezza strutturale. Fino a quando Bruxelles preferirà pagare il riscatto piuttosto che esercitare il proprio peso economico e politico, episodi come quello di Ceuta si ripeteranno ciclicamente, aggravando la crisi umanitaria e logorando la coesione interna dell’Unione.

L’interesse nazionale dei Paesi europei e la credibilità delle istituzioni comunitarie richiedono una svolta drastica: meno assegni in bianco, più fermezza. Sulle frontiere e sulla sicurezza non si scende a patti.

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