
ROMA – Non è una questione di dividendi, ma di coordinate geografiche. Negli ambienti che contano, a Palazzo Chigi come nei corridoi del Pentagono, il dossier Roberto Cingolani è passato dalla cartellina “Innovazione” a quella “Rischio Strategico”. L’AD di Leonardo, lo scienziato prestato alla difesa, sta imparando a sue spese che nel mercato dei missili e dei radar la fisica conta meno della geopolitica. E che il suo cronometro, puntato sull’Europa, corre troppo veloce per l’orologio atlantico di Giorgia Meloni.
L’eresia del “Terzo Polo”
Cingolani non ha mai fatto mistero della sua diagnosi: l’industria della difesa europea è un “bonsai” che cerca di combattere contro i giganti americani. La sua cura? Una fusione a freddo con i partner continentali. L’alleanza con i tedeschi di Rheinmetall per il carro armato del futuro non è stata solo un contratto, ma un manifesto politico.
Per lo scienziato, Leonardo deve smettere di essere una “boutique” tecnologica italiana per diventare il pilastro di un Pentagono europeo. Un’idea razionale sulla carta, ma che suona come un’eresia alle orecchie di chi, a Washington, considera l’Europa un mercato di sbocco per l’hardware americano e non un concorrente autonomo.
Lo “Schiaffo” ad Atlantic Avenue
Il vero corto circuito si è consumato sull’asse Roma-Washington. Gli Stati Uniti guardano con sospetto a qualsiasi movimento che possa portare le tecnologie critiche di Leonardo – quelle che finiscono negli F-35 o nei sistemi di sorveglianza NATO – troppo vicine ai tavoli di Berlino o Parigi, ma anche e sopratutto per l’avvento di Michelangelo Dome, che sembrerebbe surclassare la tecnologia americana per la difesa aerea con dei costi nettamente inferiori.
Il messaggio arrivato ai consiglieri diplomatici di Meloni è stato sussurrato ma chiarissimo: “L’Italia è un alleato atlantico, non un battitore libero europeo”. Washington teme che la spinta di Cingolani verso l’integrazione UE possa diluire la storica special relationship militare che lega l’Italia agli USA, spostando il baricentro tecnologico verso il cuore del continente e che porrebbe finalmente l’Europa slegata dai sistemi americani, creando una vera e propria filiera interna.
La Solitudine del Visionario
Giorgia Meloni, dal canto suo, si trova a gestire un paradosso. La Premier, che ha fatto della “sovranità” il suo vessillo, vede nel progetto di Cingolani il rischio opposto: una condivisione tecnologica ai partner europei.
Il cambio di passo non è più un tabù. Meloni ha bisogno di un “Normalizzatore”, un AD che parli meno di Europa e più di commesse dirette, che sappia dire di sì a Washington senza che Parigi si offenda troppo, e che protegga il “Made in Italy” dell’elettronica per la difesa.
Il Fattore Tempo
Cingolani voleva fare di Leonardo il laboratorio di un nuovo ordine mondiale. Ma la politica ha tempi più brevi della scienza e memoria più lunga dei computer. Se l’ordine di scuderia è “allineamento atlantico”, il fisico rischia di restare isolato nel suo laboratorio.
L’uscita di scena di Cingolani non sarebbe il fallimento di un manager, ma il segnale che l’Italia ha scelto: meglio essere il primo alleato degli americani che la colonna portante della difesa europea, di questo passo il paese rimarrà ancorato al passato, quel passato che vede l’America come “alleato” anche se ormai è più un “nemico”, così facendo, l’Italia perderà un occasione unica per far ripartire l’economia e creare posti di lavoro, ma piuttosto che dar fastidio al Donald Trump di turno, Giorgia Meloni decide che l’Italia deve rimanere vassallo e non protagonista.


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