Torino, il “conto” di Askatasuna: 270mila euro di danni.

Credit: Sabino sasso

TORINO – Non è solo una questione di ordine pubblico, ora è una questione di bilancio. Mentre le macerie emotive dell’ultimo corteo dello scorso gennaio faticano a depositarsi, oggi la città si sveglia con una cifra gelida stampata sui rapporti degli uffici tecnici: 273.000 euro. È questo il costo stimato dei danneggiamenti che hanno segnato le strade del centro e della periferia nord nell’ultima mobilitazione legata al centro sociale di corso Regina Margherita.


Il peso sui conti pubblici

Il dettaglio dei costi, emerso nelle ultime ore dai tavoli tecnici tra Comune, GTT e Amiat, scava un solco profondo nel dibattito politico. Se 125.000 euro ricadono direttamente sulle casse comunali per il ripristino di segnaletica e pavimentazioni, il resto della somma è un mosaico di vetri infranti e pensiline divelte che pesano sulle aziende partecipate.
“Soldi che potevano finire nelle scuole o nel verde pubblico”, tuonano dalle opposizioni in Consiglio Comunale. E il tempismo non potrebbe essere peggiore per la giunta Lo Russo, che proprio in queste settimane sta cercando di far digerire alla città il complesso percorso di “co-progettazione” per trasformare l’immobile occupato da quasi trent’anni in un “bene comune” istituzionalizzato.


La morsa giudiziaria
Parallelamente ai calcoli economici, si muove la macchina della Procura. L’operazione della Digos, che ha portato a nuove misure cautelari proprio in questi giorni, descrive uno scenario di guerriglia urbana che mal si concilia con l’immagine di un centro sociale pronto alla “legalizzazione”. Gli arresti domiciliari e gli obblighi di firma notificati ai militanti più attivi pesano come macigni sulla credibilità del tavolo di trattativa tra Palazzo Civico e gli occupanti.


Un quartiere diviso
In Circoscrizione 7, l’aria è pesante. Tra le serrande imbrattate e i cassonetti nuovi di zecca che hanno sostituito quelli bruciati, i residenti restano divisi. C’è chi vede nel progetto del Comune l’unica via per disinnescare la violenza e chi, invece, considera ogni concessione un insulto a chi le tasse le paga per davvero.
Il dilemma torinese resta dunque irrisolto: è possibile integrare chi ha fatto del conflitto la propria identità, o la “bolla” di Askatasuna è destinata a rimanere una ferita aperta nel tessuto della città? Per ora, l’unica certezza è la fattura che i torinesi si troveranno a pagare.

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