55 paesi dopo, una certezza: essere europeo è un privilegio

Credit: Sabino Sasso, Chongqing

Cina,quando il silenzio è una regola

In Cina mi sono reso conto, forse per la prima volta in modo così netto, di quanto la libertà di espressione non sia solo un diritto scritto, ma un’abitudine mentale. All’inizio non ci fai caso. Le città sono moderne, efficienti, frenetiche. Tutto funziona. Poi, lentamente, qualcosa cambia nel modo in cui le persone parlano con te.

La frase che mi ha colpito di più me l’hanno ripetuta diversi giovani, in contesti diversi, quasi sempre abbassando la voce: “al governo non piace”. Non era una spiegazione, era una conclusione. Al governo non piace che le persone possano informarsi liberamente. Non piace che le persone possano studiare certi argomenti. Non piace che possano suonare strumenti considerati occidentali, come una chitarra elettrica. Non piace che possano parlare di “certi argomenti” con gli stranieri, soprattutto occidentali. Non piace che possano esporsi, farsi notare, uscire dal perimetro.

Quelle parole racchiudevano molto più di una regola: raccontavano un modo di vivere, ma anche la curiosità di come vivessimo noi occidentali nella nostra relativa libertà, la sensazione costante era quella di muoversi dentro confini invisibili ma rigidissimi. Conversazioni interrotte bruscamente, domande evitate, sguardi che cambiavano quando il discorso si avvicinava a temi politici, storici o culturali sensibili. Non c’era bisogno di divieti espliciti: l’autocensura era ormai interiorizzata, ma visibilmente non tollerata dagli individui, quasi come se urlassero dallo sguardo la voglia di parlare ed esprimersi con qualcuno che arrivava da lontano.

Parlare con me, come straniero occidentale, generava spesso ansia. Non per disinteresse, ma per paura di esporsi. Anche un gesto semplice, come fare amicizia, diventava una possibile fonte di rischio. Ho sentito questo clima scivolarmi addosso giorno dopo giorno, fino a ritrovarmi anch’io a misurare le parole, a chiedermi se una domanda fosse fuori luogo, se una curiosità potesse mettere in difficoltà chi avevo davanti.

È stato allora che ho capito quanto, da europeo, io dia per scontato non solo il diritto di parlare, ma quello di pensare liberamente, di informarmi, di esprimermi attraverso la musica, la cultura, le relazioni umane. In Cina ho imparato che la vera privazione non è il silenzio imposto, ma il momento in cui il silenzio diventa normale, accettato, persino consigliato.

Credit: wp foto

Ucraina 2014: la parvenza di libertà pagata a caro prezzo

Nel 2014 l’Ucraina era un paese sospeso. L’atmosfera era carica di tensione, di speranza e di paura allo stesso tempo. Le ferite erano ancora aperte e la sensazione che la storia stesse accelerando era palpabile nelle strade.

Quello che mi ha colpito profondamente è stata la determinazione delle persone comuni. Non parlavano di geopolitica in modo astratto, ma di futuro, di dignità, di scelta. La libertà non era data per scontata, ma qualcosa per cui esporsi, anche a costo della propria sicurezza.

Da europeo occidentale, proveniente da una società dove il cambiamento politico è spesso lento e istituzionale, ho percepito tutta la distanza tra chi lotta per difendere diritti basilari e chi li eredita senza rendersene conto. In Ucraina ho visto quanto la libertà possa essere fragile e quanto possa costare difenderla.

Credit: Sabino Sasso, Cisgiordania

Israele e Cisgiordania due mondi, un solo territorio conteso

I due viaggi affrontati tra Israele e Cisgiordania sono stati tra i più complessi dal punto di vista emotivo. In pochi chilometri si passa da una realtà all’altra, da uno territorio occupato nel cui si ha uno “stato” forte e strutturato a territori frammentati, segnati da controlli, limitazioni e incertezza quotidiana.

In Israele la vita scorre con una relativa normalità, ma sempre accompagnata da una percezione costante della minaccia. In Cisgiordania, invece, la minaccia è strutturale: checkpoint, muri, permessi, restrizioni alla mobilità. Qui la libertà di movimento, uno dei pilastri della vita europea, diventa un privilegio raro.

Ciò che resta impresso non è solo il conflitto politico e culturale, ma la sua traduzione concreta nelle vite delle persone. Due popolazioni che condividono lo stesso spazio geografico, ma con diritti, opportunità e prospettive profondamente diverse. Come viaggiatore europeo, il confronto è inevitabile e spesso scomodo: ci si rende conto di quanto il concetto di normalità dipenda dal luogo in cui si nasce.

Tornare a casa con uno sguardo diverso

Questi viaggi non mi hanno reso cinico, ma più consapevole. Dopo la Cina, l’Ucraina del 2014, Israele e la Cisgiordania, è impossibile tornare in Europa e guardarla con superficialità. I nostri diritti non sono perfetti, ma sono reali. La nostra pace non è assoluta, ma rappresenta comunque una condizione eccezionale su scala globale.

55 paesi dopo, sentirmi europeo non è un’identità astratta: è la consapevolezza di vivere in uno spazio dove la libertà è ancora un punto di partenza, non un obiettivo da conquistare ogni giorno, pertanto l’Europa, mi sento di amarla, tutelarla e cercare di migliorarla cercando di fare capire quanto noi europei siamo fortunati.

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